Matteo Suffritti è un artista e fotografo milanese, che ha alle spalle studi di grafica e di tecnica pubblicitaria e che ha esposto in mostre collettive e personali in diverse città italiane. Attraverso l’uso della fotografia, l’artista tenta di recuperare quell’antico “romanticismo” che oggi è stato sostituito dalla velocità e dall’istantaneità con le quali tutti siamo diventati – più o meno coscientemente – produttori di immagini. Tuttavia, nonostante questa ricerca “nostalgica” del passato, le sue foto-installazioni dialogano con il progresso tecnologico nell’utilizzo di materiali diversi, sia
naturali che artificiali, come ad esempio il plexiglas e il led. In particolare, il metallo viene utilizzato dall’artista nella sua serie di fotoincisioni, dal titolo “Le comunità ospitanti”. Questo progetto si inserisce nel primo dei due filoni di ricerca su cui Suffritti si sofferma, ossia quello del sociale e, in particolare, su temi quali l’immigrazione, l’oppressione e la solitudine dell’essere umano.
Il secondo filone di ricerca, invece, è quello del ricordo intimo e personale, che l’artista evoca attraverso delle istantanee che raccontano sensazioni a lui care. Esattamente come un ricordo che ci affiora alla mente, che può essere più o meno nitido, così le fotografie di Suffritti possono essere
perfettamente a fuoco o, viceversa, evanescenti, riportandoci ad una visione fugace di un evento preciso, che poco ha di significativo, ma che, anzi, è in apparenza addirittura secondario. Nelle serie intitolate “Circostanze” e “Capsule Tower” le immagini sono poste all’interno di piccoli contenitori che ci mostrano lo spazio della coscienza.
In “Reminescenze”, l’aggiunta di una manovella permette all’osservatore di avere una parte attiva nella fruizione dell’opera, facendo letteralmente scorrere il tempo al contrario.

Elisabetta Bacchin